The Economist: gli italiani che cercano lavoro oltre confine superano di 7 volte gli stranieri che vengono in Italia

di Massimo Solani

ROMA -- La sua vicenda è finita al centro delle cronache nazionali e da quando ha dato la notizia di voler lasciare il centro trapianti di Palermo per tornare a lavorare negli Stati Uniti Ignazio Marino, l'ex direttore dell'Ismett dei capoluogo siciliano, è diventato il caso simbolo della «fuga dei cervelli» dal mondo della ricerca italiana. E ai molti che hanno voluto pero minimizzare la vicenda riconducendola a non meglio precisati interessi privati, Marino ha risposto ieri a margine di un convegno svoltosi ad Aviano. «Sicuramente il mio caso è stato montato come un caso personale, ma non ha alcun significato come tale - ha spiegato l'esperto che dal 2 gennaio dirige l'unità trapianti di fegato della Thomas lefferson University di Filadelfia - Di tutto questo caso personale creato su di me l'aspetto più significativo è stata la frase detta dal presidente della Repubblica Ciampi, quando ha sottolineato che in Italia si devono creare le condizioni per attrarre personale che, essendosi formato all'estero, possa contribuire allo sviluppo italiano».

Un appello importante e quanto mai necessario in un momento come questo, ha spiegato Marino, specialmente perché a lanciarlo è stato «il capo dello Stato grazie al quale siamo entrati in Europa e che conosce quindi molto bene i meccanismi dell'economia di un paese». Che ricercatori e scienziati si spostino da un paese all'altro, ha precisato l'ex direttore dell'Ismett di Palermo, è un fattore che può arrecare vantaggi a tutto il mondo della scienza, ma certo non va dimenticato che è necessario che in Italia sia comunque assicurata la possibilità di rientrare in maniera produttiva nel nostro paese ai professionisti che hanno invece scelto di intraprendere una carriera all'estero. «Credo - ha osservato l'esperto di trapianti - che nel villaggio globale della scienza è possibile che ci siano italiani che vanno in America, così come ci siano americani, svedesi o tedeschi che vengono in Italia». Un insieme di scambi, questo, che Marino ha giudicato fondamentale per la ricerca e che, ha precisato, «non va visto alla luce della considerazione di aspetti personali, ma come un fatto positivo nella comunità scientifica internazionale».

Ma sul pericolo di fuga dall'Italia dei ricercatori è intervenuta anche Barbara Ensoli, del laboratorio di virologia dell'Istituto superiore di sanità, tornata a lavorare in patria a marzo del '96, dopo un'esperienza di ricercatrice all'estero. «Senza ricerca non c'è innovazione - ha spiegato - e soprattutto non c'è cultura. E il paese rischia di fermarsi. Per quanto mi riguarda non provo rimpianti per essere tornata in Italia. Non posso negare che ci siano state e ci siano difficoltà, ma bisogna tenere duro e superarle. Nel nostro paese si può lavorare bene oggi, anche se bisognerebbe fare di più per rendere più facile la vita dei ricercatori». E le difficoltà, secondo la Ensoli, derivano proprio dalla carenza dei fondi messi a diposizione della ricerca e da una burocrazia che troppo spesso allunga a dismisura i tempi, facendo accumulare all'Italia un ritardo pericoloso rispetto alle altre nazioni. Parole condivise anche dall'immunologo Femando Aiuti che senza riuscire a nascondere la propria amarezza ha cercato di liquidare con una battuta la vicenda di Ignazio Marino. «Sono molto dispiaciuto - ha dichiarato - L'anno scorso, al tavolo dei relatori, sotto il suo nome era scritto Palermo. oggi leggo Filadelfia. Le varie briglie che siamo in grado di mettere in Italia, fra ministeri, regioni e commissioni varie, hanno indotto Marino a tornare negli Usa dove c'è maggiore libertà di ricerca».

Ma il problema della ricerca in Italia ha varcato anche le frontiere nazionali per approdare sulle pagine di uno dei più influenti quotidiani economici europei che ha indicato nella vicenda Marino un caso esemplare della situazione italiana. «Giovanni Peri economista italiano che insegna alla University of California - scrive The Economist in un articolo sulla situazione economica dell'Italia con l'eloquente titolo "Siamo più poveri ma di quanto?" - ha calcolato che un buon 5% dei neolaureati italiani lasciano il proprio paese. I laureati italiani in cerca di lavoro all'estero sono sette volte più numerosi degli stranieri che trovano una occupazione in Italia». Una fotografia inquietante che non può per forza di cose essere liquidata nella maniera scelta sin qua dal governo, secondo cui il fenomeno della fuga dei cervelli non sarebbe un problema visto la quantità di giovani preparati di cui l'Italia può disporre (parole del Viceministro all'Istruzione Guido Possa), e che in ogni caso il vero problema è rappresentato dalla «gerontocrazia e dal nepotismo» che regnano nel mondo accademico (citazionie da un'intervista del ministro della Salute Sirchia).